redazione
ECplanet
40 milioni di
tonnellate. Questa è la quantità di Ozono che è
andata perduta quest'anno.
La misurazione, che è stata effettuata dal
satellite Envisat dell'ESA (Agenzia Spaziale
Europea), ha rivelato che il 2006 è stato l'anno
record per la perdita di Ozono, battendo il
primato negativo del 2000, in cui la perdita era
stata di 39 milioni di tonnellate.
L'entità della perdita di ozono è stata ricavata
misurando l'area e la profondità del buco
dell'ozono: il 2 Ottobre gli scienziati dell'ESA
hanno rilevato che il buco di quest'anno ha
un'area di 28 milioni di Km2, circa la stessa
che aveva nel 2000, mentre la profondità, che
raggiunge i livelli record del 1998, è di circa
100 unità Dobson (unità di misura che indica lo
spessore dello strato di ozono di una colonna
sottostante la misurazione).
Il primato del 2006 è dovuto alla concomitanza
dei valori record sia per la profondità sia per
l'ampiezza. Il fattore che è stato determinante
nella perdita di ozono di quest'anno è la
temperatura molto bassa che si è registrata
sopra l'Antartide (dove si forma il buco), che
ha raggiunto i livelli più bassi dal 1979; gli
esperti di ingegneria atmosferica dell'ESA
sostengono infatti che il freddo record, in
combinazione con la presenza degli inquinanti,
ha reso la perdita di quest'anno particolarmente
significativa.
Envisat è il più grande satellite per
l'osservazione terrestre mai costruito: può
localizzare la riduzione di ozono e seguirne
l'evoluzione, consente il calcolo della
radiazione UV e l'elaborazione di previsioni. I
tre strumenti che si trovano a bordo di Envisat
sono: lo Sciamachy (Scanning Imaging Absorption
Spectrometer for Atmospheric Cartography), il
sensore Gomos (Global ozone monitoring by
occultation of stars) e il Mipas (Michelson
interferometer for passive atmospheric sounding).

L'ESA, nell'ambito del
monitoraggio per la sicurezza ambientale, ha
inoltre un progetto detto Temis che consente di
monitorare sia l'ozono sia la radiazione
ultravioletta grazie ai dati raccolti da
Sciamachy and Gome-1. Nel 2006 verrà lanciato
anche il primo di una serie di tre satelliti
MetOp che, per assistere i ricercatori che si
occupano del clima, monitoreranno i livelli di
ozono e altri parametri atmosferici. Il
satellite MetOp, il primo satellite polare
europeo in una missione dedicata alla
meteorologia, sarà dotato di uno strumento detto
Gome-2 che consentirà il monitoraggio continuo
dell'ozono per i prossimi decenni.
Il monitoraggio in continuo e a lungo termine
dei livelli di ozono è fondamentale per seguire
l'evolversi della situazione, in particolare
dovrebbe essere visibile il recupero dello
strato di ozono che è previsto per il 2060 circa
(ma ci sarà ancora qualche anima viva in
circolazione ?, ndr). Per il momento, come
rilevato dai dati raccolti quest'anno, si stà
andando nella direzione opposta. Oltre all'ESA,
anche la NASA ha rilevato, lo scorso 25
settembre, che il buco dell'ozono raggiungeva
29,5 milioni di Km2 in ampiezza, stimando un
deficit di ozono di circa 39,8 milioni di
tonnellate. Il risultato è allarmante non solo
per la perdita in quanto tale, ma anche per il
fatto che si verifichi nonostante l'impegno
profuso (più a parole che nei fatti, ndr) per
l'eliminazione dei gas CFCs.
Sembra però che il quadro sia più complicato e
che sul fenomeno del buco dell'ozono entrino in
gioco anche altri fattori, in particolare sembra
vi sia una responsabilità dell'aumento
dell'effetto serra. I possibili legami fra
riduzione dell'ozono e cambiamenti climatici
sono dovuti al fatto che le crescenti
concentrazioni dei gas serra, responsabili del
surriscaldamento del pianeta, portano ad una
temperatura più elevata sulla superficie
terrestre ma anche a un raffreddamento della
stratosfera; questo determina l'aumento delle
nubi polari scatenando le reazioni che
distruggono l'ozono.
Fonte: Arpat /
novembre 2006
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Buco
dell'ozono
da
record
redazione
ECplanet
Secondo la World
Meteorological
Organisation, il
buco dell'ozono
sopra
l'Antartico sta
raggiungendo una
misura record,
come nel 2000 e
nel 2003. “Il
buco dello
strato
protettivo di
gas nella parte
superiore
dell'atmosfera
terrestre,
causato da uno
specifico tipo
di inquinamento,
è cresciuto più
velocemente di
quanto ci
aspettassimo per
via delle
condizioni
climatiche”, ha
detto Geir
Braathen,
l'esperto di WMO.
Un grafico
fornito da WMO
indica che il
buco, centrato
proprio sopra il
Polo Sud, è
attualmente di
circa 27 milioni
di chilometri
quadrati (ma
probabilmente si
espanderà
ancora). Nel
2003 aveva
raggiunto una
dimensione di 28
milioni di
chilometri
quadrati.
L'ozono, una
molecola di
ossigeno, è
importante
perché filtra i
pericolosi raggi
ultravioletti
provenienti dal
Sole che
danneggiano la
vegetazione e
possono causare
cancri alla
pelle e
cataratte.

Lo strato di
ozono è stato
seriamente
danneggiato da
sostanze
chimiche
artificiali,
prodotte
dall'uomo,
specialmente i
clorofluorocarburi
(CFCs) che
includono gas
aerosol e
refrigeranti il
cui uso è
sottoposto a
restrizioni
secondo quanto
stabilito dal
Protocollo di
Montreal firmato
il 16 settembre
del 1987.
Le reazioni
chimiche che
assottigliano lo
strato di ozono
raggiungono il
massimo con le
temperature più
fredde durante
l'inverno
dell'emisfero
sud, normalmente
da agosto a
ottobre.
Fonte: Agence
France-Presse -
Space Daily /
settembre 2006
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Si allarga
il buco
dell’ozono
a cura della Redazione
GT
Gli scienziati
lanciano un nuovo
allarme.
Poco più di un anno fa
si pensava che il
pericolo rappresentato
dal buco dell’ozono
fosse ormai superato. Le
cose non stanno affatto
così le sue dimensioni,
spiegano i ricercatori,
sono aumentate.
Sull'Antartide – ha
detto l'esperto Jonathan
Shanklin del British
Antarctic Survey - ha
raggiunto proporzioni da
record per questo
periodo dell'anno e
potrebbe diventare
ancora più grande nei
prossimi giorni”.
Attualmente misura 28
milioni di chilometri
quadrati, poco meno del
record assoluto di 28,5
milioni raggiunto lo
scorso anno. "Durante il
mese di agosto ha
spiegato ancora Shanklin
- è rimasto più largo di
quanto sia mai stato e
ora attendiamo di vedere
cosa accadrà nei
prossimi giorni".

L’allarme è altissimo e
gli scienziati sono
concentrati sul problema
e sulle sue possibili
soluzioni. Lo strato di
ozono nella stratosfera,
infatti, protegge la
superficie terrestre e
tutti gli esseri
viventi, dai raggi
ultravioletti
estremamente dannosi.
Gli effetti? Per prima
cosa ci sarà un
incremento delle
radiazioni UV a livello
del suolo. Un eccesso di
raggi UV è stato
associato a bruciature
della pelle, cancro
della pelle, cataratte,
e danni ad alcuni
raccolti e ad organismi
marini.
Insomma una vera e
propria catastrofe
ambientale planetaria.
Per interrompere il
processo di
deterioramento dello
strato di ozono si
dovrebbero sostituire i
clorofluorocarburi (CFC)
e le altre “Ozone
Depleting Substancies”,
ossia quelle sostanza in
grado per l’appunto di
distruggere l’ozono con
altre sostanze
compatibili con
l'ambiente. In ogni
caso, anche se si
riuscisse a trovare la
soluzione ambientale
perfetta, prima che i
gas “pericolosi” si
disperdano completamente
saranno necessari molti
anni.
In collaborazione con la
redazione GT
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redazione ECplanet
Scienziati russi
prevedono un
raffreddamento globale
in 6 – 9 anni
Un raffreddamento
globale potrebbe
avvenire sulla Terra in
50 anni e avere delle
conseguenze serie prima
di essere sostituito da
un periodo di
riscaldamento agli inizi
del 22esimo secolo.
Questo è quanto dice un
rapporto dell'Accademia
Russa delle Scienze
Astronomiche, divulgato
recentemente
dall'agenzia stampa RIA
Novisti.
Ambientalisti e
scienziati allarmano,
non sul pericolo di un
riscaldamento globale
causato dagli effetti
negativi delle attività
dell'uomo, sul clima del
pianeta, ma per un
raffreddamento. Anche se
non largamente
supportata dal mondo
scientifico in generale,
è una teoria che ritiene
che un raffreddamento
della Terra potrebbe
portare ad una
glaciazione.

“sulla base della nostra
ricerca sulla emissione
solare, abbiamo
sviluppato uno scenario
di raffreddamento
globale del clima della
Terra entro la metà di
questo secolo e l'inizio
di un ciclo regolare di
200anni del
riscaldamento globale
del clima all'inizio del
22esimo secolo”, dice il
capo del settore di
ricerca spaziale.
Khabibullo Adbusamatov
dice che lui e i suoi
colleghi hanno concluso
che un periodo di
raffreddamento globale
simile a quello visto
nel tardo 17esimo
secolo, quando i canali
gelarono in Olanda e la
gente ha dovuto lasciare
il Greenland. Questo
scenario – secondo il
nuovo studio - potrebbe
iniziare nel 2012 – 2015
e raggiungere un apice
nel 2055-2060.
Egli sostiene inoltre di
credere che il
cambiamento del clima
futuro potrà avere delle
serie conseguenze e che
le autorità dovrebbero
iniziare a prepararsi
già da oggi, in quanto
il raffreddamento
climatico è connesso con
il cambiamento delle
temperature,
particolarmente nei
paesi nordici.
“le iniziative di Kyoto,
per salvare il pianeta
dall'effetto serra,
dovrebbero essere messe
da parte a tempo
indeterminato” - spiega
Khabibullo Adbusamatov -
“le temperature globali
massime sono state
raggiunte sulla Terra e
questo causerà
inevitabilmente un
conseguente calo delle
temperature globali ad
un minimo climatico
anche senza il
protocollo di Kyoto,
conclude Adbusamatov.
traduzione a cura di:
Bruno Chastonay
Fonte: www.mosnews.com /
settembre 2006
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a cura del CNR
2007, ‘medaglia
di bronzo’ per l'anno
più caldo
La banca dati dell'Isac-Cnr
ha inserito l'anno ormai
al termine al terzo
posto per le temperature
più alte degli ultimi
208 anni. Il record
rimane al 2003. Ma il
2007 segna il primato
assoluto nel Nord Italia
Con il mese di novembre
si chiude, dal punto di
vista meteorologico, il
2007, che per l'Italia
si posiziona al terzo
posto nella classifica
degli anni più caldi
degli ultimi due secoli.
Il più caldo in assoluto
– conferma l'Istituto di
Scienze dell'Atmosfera e
del Clima del Consiglio
Nazionale delle Ricerche
di Bologna (Isac-Cnr) -
resta pertanto il
‘memorabile’ 2003, che
ha fatto segnare
un'anomalia di 1.6 gradi
sopra la media del
periodo di riferimento
convenzionale
(1961-1990), seguito dal
2001 con 1.5 gradi,
mentre il 2007 ha nel
complesso fatto segnare
uno scostamento di
+1.4°C rispetto alla
media del 1961-1990.
Ricordiamo che l'anno
più freddo dal 1800 ad
oggi resta il 1816
(-2.3°C).
Ad avere ‘alzato’ fino
alla ‘medaglia di
bronzo’ del
riscaldamento il 2007
sono state le medie
dell'inverno 2006-2007
(il trimestre da
dicembre a febbraio),
che con un’anomalia
positiva di +3,1 °C si è
classificato al primo
posto nel periodo
coperto dalla banca dati
Isac-Cnr, e della
primavera (da marzo a
maggio), anch’essa la
più calda degli ultimi
due secoli, con +2.3°C.
“In effetti questo è
stato un anno molto
caldo, soprattutto
perché è cominciato con
due stagioni
caratterizzate dalle
temperature medie
maggiori in assoluto
degli ultimi due secoli,
mentre è proseguito con
un'estate calda, ma non
da record: la nona dal
1800 ad oggi”, dichiara
Teresa Nanni dell'Isac-Cnr
dopo l'aggiornamento a
tutto novembre della
banca dati
dell'Istituto, che ora
copre un periodo di 208
anni. Il 2007 si è poi
concluso con una
stagione autunnale (che
meteorologicamente va da
settembre a novembre)
abbastanza fredda, di
0.4 gradi sotto la media
del periodo di
riferimento 1961-1990,
che ha determinato il
risultato finale del
terzo posto nella
graduatoria.
Negli ultimi 208 anni
monitorati dall'Isac-Cnr,
l'autunno 2007 si
colloca al 104° posto,
mentre il più caldo è
quello del 1926, con
un'anomalia di +1.9°C, e
l’autunno più freddo si
è avuto nel 1835, con
uno scostamento dalla
media di -3.7 °C. “Va
segnalato però che, se
si considera solamente
l'Italia settentrionale,
il 2007 raggiunge il
primato del 2003:
entrambi gli anni
presentano un'anomalia
di +2°C.
Il record 2007 al Nord è
dovuto soprattutto ad un
inverno e a una
primavera che, nel
Settentrione, sono stati
ancor più eccezionali
che al Sud, con anomalie
rispettivamente di +3.4
e +3.5 °C”, evidenzia la
ricercatrice. “Nel
complesso, questo anno,
con piovosità del 16%
inferiori alla media del
periodo di riferimento,
risulta tra i 20 più
secchi degli ultimi due
secoli, che si collocano
quasi tutti prima del
1970 (tranne il 1989,
1981, 2001 ed ora IL
2007)”, conclude Teresa
Nanni. “Nel 2007 le
precipitazioni, se si
eccettua il mese di
giugno, sono state
sempre piuttosto scarse,
in particolare nei mesi
di luglio e gennaio,
durante i quali sono
risultate essere di
oltre il 60% inferiori
alla media 1961-1990”.
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Pericolo
acqua alta a New
York
redazione ECplanet
Gli eventi
atmosferici che fino a
pochi anni fa si
realizzavano una volta
ogni cento anni
torneranno ogni
vent'anni
NEW YORK (Stati Uniti) –
Il surriscaldamento
della Terra fa espandere
la massa oceanica e
regala maggior vigore
agli uragani. In futuro,
secondo le ipotesi di
alcuni scienziati, gli
uragani potranno
formarsi sempre più a
nord, arrivando a
toccare New York. La
Grande Mela andrà
incontro a vere e
proprie inondazioni
poiché il livello del
mare crescerà a ritmo
galoppante e ogni 4 anni
circa si verificheranno
alluvioni apocalittiche.
Unica soluzione è
rappresentata dalla
ritirata della vita
umana dalle zone
pianeggianti, poiché
qualsiasi soluzione
tecnica di controllo
della acque è di
impossibile
realizzazione in una
città così affollata e
vecchia in termini di
infrastrutture. Questo è
il verdetto del Goddard
Institute for Space
Studies (Giss), che ha
studiato le correlazioni
tra riscaldamento
globale ed eventi
atmosferici.
C'ERA UNA VOLTA – Un
tempo certi fenomeni
naturali si verificavano
circa ogni 100 anni, ora
ogni venti.
Colpa dell'uomo, e madre
Natura si ribella. Il
panorama delineato dagli
esperti del Giss è
catastrofico e riguarda
anche stati
ecologicamente corretti,
come la California. Non
esiste una muraglia
forte abbastanza da
respingere l'invasione
delle acque e il livello
dell'oceano continuerà a
salire inesorabilmente.
Del resto già prima di
Katrina il Dipartimento
di protezione ambientale
di New York aveva
istituito una task force
proprio per monitorare
gli effetti del
cambiamento climatico
sull'ambiente nel lungo
periodo.
Secondo Klaus Jacob,
autore di numerosi
scritti sulla
vulnerabilità di New
York, la Grande Mela è
in pericolo, poiché la
maggior parte della
città è appena a 2,90
metri sopra il livello
del mare e dunque
sarebbe sufficiente un
uragano di terza
categoria per causare
un'inondazione.
Data articolo: ottobre
2007
Fonte: Hobby Meteo
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Cronache
da una
catastrofe
redazione ECplanet
Viaggio in un
pianeta in pericolo: dal
cambiamento climatico
alla mutazione delle
specie
Elizabeth Kolbert,
editorialista della
rivista The New Yorker,
ha passato gli ultimi
due anni a rincorrere
ciò che rimane del
nostro mondo
surriscaldato: i
tornanti dell'Alaska
distrutti dallo
scioglimento dei
ghiacciai perenni; le
rovine dell'antica
Babilonia colpita dalla
maledizione di Akkad –
la grande siccità che
adesso sappiamo essere
stata provocata dal
cambiamento climatico;
gli ingegneri civili
olandesi che lottano per
fronteggiare le acque
che minacciano di
sommergere il loro
paese; la farfalla del
Monte Ringlet che sta
scomparendo dall'ultimo
rifugio sulle colline
della Scozia e del Lake
District; i ghiacci
antartici che mostrano
come il pianeta
nell'ultimo milione di
anni non sia mai stato
tanto caldo come oggi.
Costituito da una serie
di brevi saggi, alcuni
pubblicati sul New
Yorker, “Cronache da una
catastrofe” segue il
filo conduttore delle
annotazioni prese da
Elizabeth Kolbert
durante le sue
“escursioni sul campo”;
non solo in luoghi dove
il riscaldamento
climatico sta
effettivamente
condizionando gli
ecosistemi, ma anche
nelle strutture –
laboratori, uffici,
osservatori – nelle
quali gli esseri umani
stanno cercando di
comprendere
analiticamente il
fenomeno.
Acquista subito il
libro:

Cronache da una
catastrofe
Autrice: Elizabeth
Kolbert
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redazione ECplanet
Siccità planetaria?
Clima sempre più arido?
C'è chi ha una
soluzione: sono i
modificatori del tempo,
che promettono di
stimolare le nubi a
produrre pioggia, o di
sciogliere nebbia e
grandine. Ma non tutti
sono d'accordo su queste
tecniche e temono
squilibri ambientali.
Il pianeta è a secco. Le
precipitazioni sono
calate a livello
mondiale tanto che le
persone prive di acqua
potabile hanno superato
il miliardo. In Italia,
oltre alla siccità che
ha colpito duramente
negli ultimi mesi,
nevica sempre meno nelle
regioni alpine, mentre
la nebbia continua a
fare danni in aeroporti
e autostrade. Ma c'è chi
propone, anche in
Italia, di intervenire
sul clima per
modificarlo. Per fare in
modo che aumenti la
pioggia, che la grandine
si sciolga prima di
cadere e che la nebbia
si dissolva in neve. Una
serie di interventi di
rilevanza talmente ampia
che anche i militari
hanno deciso di
sfruttare la tecnologia
che ne è alla base. Non
c'è pioggia senza
“nucleo”: Far piovere
non è neanche tanto
complesso. Se n'era già
accorto nel 1946 il
ricercatore americano
Vincent Schaefer, grazie
ad un facile ma geniale
esperimento fatto nei
laboratori della General
Electric di Schenectady,
una cittadina nello
stato di New York: per
far coagulare le
goccioline di acqua che
compongono le nuvole era
bastato aggiungere una
manciata di ghiaccio
secco. Schaefer infatti,
già allievo di Irving
Langmuir, premio Nobel
per la chimica nel 1932,
aveva visto che per far
ghiacciare le goccioline
di acqua, in maniera che
il peso delle particelle
superasse la forza delle
correnti ascensionali e
dunque si trasformasse
in precipitazione, non
bastava portarle a basse
temperature. Anche a -23
gradi infatti, in
assenza di agenti
esterni, l'acqua può
rimanere nella sua fase
liquida, così come il
vapore rimane tale anche
a elevate pressioni.
Sono i cosiddetti stati
metastabili della
materia.
L'elemento chiave perché
vapore e acqua nelle
nuvole si trasformino in
pioggia si chiama nucleo
di condensazione: un
insieme di particelle,
il ghiaccio secco nel
caso di Schaefer, che
faccia da elemento
coagulante per le
goccioline sospese
nell'atmosfera. Queste
particelle nell'ambiente
possono avere varie
origini: dalla terra e
dal mare, sotto forma di
polveri erose e
sollevate dal vento,
dagli incendi di boschi
e prati, dalle eruzioni
vulcaniche e anche dal
materiale particolato
derivante dalle attività
industriali.
L'inseminazione delle
nubi: Oggi il reagente
più usato per far
piovere o, come si dice
in gergo, “inseminare”
le nuvole, è lo ioduro
di argento. Una sostanza
facilmente reperibile,
dai bassi costi e che,
una volta bruciata,
libera delle particelle
che hanno la stessa
struttura a cristallo
del ghiaccio. Come si fa
a far piovere allora ?
Innanzitutto bisogna
attendere le condizioni
favorevoli in natura: la
presenza di importanti
formazioni nuvolose con
molte gocce di acqua o
vapore in stato
metastabile (la
cosiddetta acqua
sopraffusa e il vapore
soprassaturo).
Poi si comincia a far
circolare all'interno
della nuvola i fumi
della combustione di
ioduro d'argento grazie
a razzi e diffusori
piazzati sotto le ali di
piccoli aeroplani. In
particolare per fare
questo esistono diversi
sistemi. C'è quello
“israeliano”, dalla
nazionalità di coloro
che lo brevettarono, che
consiste nel disseminare
i fumi alla base della
nuvola facendo zigzagare
l'aereo a un'altezza di
solito non superiore ai
1500/1700 metri, in
maniera che i moti
convettivi, ovvero le
correnti ascensionali,
portino naturalmente lo
ioduro d'argento
bruciato all'interno
delle nubi. Negli Stati
Uniti invece è diffuso
un metodo più rischioso
e costoso,
particolarmente adatto
contro le formazioni di
tornado e uragani,
basato sull'utilizzo di
sali igroscopici (che
attirano l'acqua) come
agenti coagulanti. I
piloti infatti
rilasciano questi sali
in cima alla nube,
dovendo così penetrare,
in caso di forte
turbolenze, nell'occhio
del ciclone, fino a
salire anche a quote di
7/8000 metri. Infine è
anche possibile lanciare
razzi all'interno della
nuvola, ma solo quando
le nubi sono compatte e
grosse. Per cui
l'obiettivo è limitato e
facilmente centrabile.
Il risultato di queste
diverse tipologie di
intervento è che lo
ioduro di argento o i
sali igroscopici fanno
aggregare le diverse
particelle di vapore e
le gocce d'acqua fino a
farle ghiacciare. Le
gocce così appesantite
vincono la forza dei
moti convettivi e cadono
verso il basso, fino a
sciogliersi durante la
caduta e trasformarsi in
pioggia. Anche l'Italia
è pronta: Attualmente
sono una trentina gli
Stati che ufficialmente
stanno sperimentando o
già attuando interventi
per modificare il clima.
Nel Midwest americano i
piloti della Weather
Modification Inc. sono
vigili 24 ore su 24 in
attesa di sfidare
qualche ciclone o
uragano; i principali
aeroporti russi
utilizzano ormai
sistematicamente una
tecnica antinebbia a
base di azoto; in Cina
si combatte la siccità
sparando da terra razzi
a contenuto chimico
contro le nubi; in
Tailandia per difendersi
dai monsoni è stato
creato un Bureau of
Royal Rainmaking. Anche
in Italia una società è
pronta a far piovere a
comando, ma attende il
sì delle autorità.
Nebbia e grandine
dissolte: La stessa
tecnologia utilizzata
per fabbricare la
pioggia può essere
utilizzata per tentare
di ridurre i danni di
alluvioni e grandinate.
Usando ricevitori
satellitari e radar
meteorologici, i tecnici
delle società che
“fabbricano il clima”
individuano il formarsi
o l'avvicinarsi di
queste forti
perturbazioni, per poi,
con il sistema
dell'inseminazione, fare
scaricare in mare oppure
in maniera anticipata, e
dunque diluita, una
parte del carico delle
nuvole. Interventi
questi non risolutivi,
ma che possono limitare
i danni. In quasi tutti
gli aeroporti russi,
poi, la nebbia viene
sistematicamente
sconfitta per via
tecnologica. Ovviamente
su tratti limitati, ma
sufficienti per
garantire la visibilità
necessaria ad un pilota
durante decolli ed
atterraggi o a un
automobilista per
viaggiare in autostrada.
Il reagente utilizzato
in questo tipo di
interventi, nel caso
delle nebbie fredde
(quelle che si formano
ad una temperatura al di
sotto degli 0 gradi), è
l'azoto liquido. La
tecnica, inventata dai
russi, è basata sul
principio per cui
disperdendo l'azoto
all'interno dei banchi
di nebbia si creano
delle zone con
temperature basse.
Queste danno origine a
piccole formazioni di
ghiaccio che a loro
volta coagulano a sé
sempre più particelle di
vapore fino a diventare
troppo pesanti e cadere
al suolo come neve. Il
sistema è già stato
attuato con successo ma
solo in sei Paesi del
mondo, tra cui l'
Italia.
La Tecnagro,
l'associazione italiana
no profit che si batte
per la applicazione
dell'inseminazione
meterologica, l'ha
infatti sperimentato tra
il '97 ed il '99
disponendo intorno alla
pista dell'Aeroporto
Civile di Parma dei
grossi diffusori di
azoto. “Purtroppo”, dice
Massimo Bartolelli,
presidente
dell'associazione,
“malgrado l'efficacia
dell'intervento, le
società che gestiscono
le autostrade e gli
aeroporti italiani si
sono rivelate “non
interessate” alla cosa”.
In fase ancora non
operativa invece è la
possibilità di
sconfiggere le nebbie
che si formano a
temperature superiori
allo zero. Lo strumento
migliore finora
sperimentato, sia per
efficacia dell'azione
sia per il basso costo
di utilizzo, è il calore
elettrico. Disponendo
pannelli elettrici
intorno all'area
interessata infatti, il
caldo dissolve la
nebbia. Esperimenti in
questo senso sono stati
fatti in Russia, ma ci
vorrà ancora qualche
anno prima di pensare ad
un reale impiego di
questa tecnologia.
I
cannoni della neve
Ben
diffusa invece è la
tecnologia alla base dei
“cannoni” che
soprattutto questo
inverno hanno innevato
le piste alpine di sci.
La neve artificiale
viene prodotta grazie a
potenti compressori di
aria e di acqua che,
agendo in maniera
combinata, producono
goccioline di acqua
finemente vaporizzata.
Queste poi vengono
sparate all'esterno
dalle ventole di
innevaggio ed a contatto
con l'aria fredda si
ghiacciano. Per questo
motivo è necessario che
la temperatura ambiente
sia non inferiore ai 3
gradi sotto zero e
l'umidità al di sotto
dell'80%. Il risultato è
una neve artificiale che
ha una struttura
cristallina diversa
rispetto alla neve
naturale, più compatta e
densa (fino a 4 volte
rispetto alla neve
fresca) e che necessita
dunque tempi molto più
lunghi per sciogliersi,
nell'ordine anche di
alcune settimane.
Il
dibattito ambientale
Sembra tutto molto
semplice, a detta dei
“fabbricanti del tempo”.
In realtà, tanti sono i
dubbi sull'efficacia di
questi progetti, così
come le proteste di
coloro che temono
squilibri ambientali. Se
si fa piovere in Friuli
cosa succede nei cieli
del Veneto? E se tutti
si mettessero a sparare
razzi chimici contro le
nubi non ne potrebbero
derivare danni per
l'ambiente e per l'uomo?
Per non parlare di
coloro che osteggiano
anche i collaudati
sistemi di innevamento
artificiale perché sono
convinti che danneggino
la flora. Il colonnello
Mario Giuliacci,
responsabile del Centro
Epson Meteo, crede
nell'efficacia in sé
delle modificazioni
artificiali del tempo,
“ma l'importante”,
avvisa, “è che queste
non provochino benefici
a costi troppo alti. Il
gas propano e i
ventilatori sperimentati
per sciogliere la nebbia
fino a un paio di anni
fa raggiungevano
l'obiettivo, ma
inquinavano l'aria”.
E soprattutto, continua
Giuliacci “è lecito che
l'uomo intervenga sul
tempo, ma non sul clima.
Va bene l'azione umana
su una zona ristretta
per smorzare una
perturbazione o per
rendere visibile una
pista di atterraggio, ma
non accetto gli
interventi che
destabilizzano la
situazione meteorologica
di una intera regione”.
Gli esperti del clima “a
richiesta” però
minimizzano. Per Bruce
Bow, capo meteorologo
della Weather
Modification Inc., “in
natura i cicli
idrologici sono talmente
vasti e complessi che l'
azione umana non può
neanche pensare di
destabilizzarli nel loro
complesso”. E, aggiunge,
la stessa civilizzazione
umana contribuisce a
modificare il clima già
per il fatto che esiste.
“Nella Regione delle
Praterie in Canada”,
continua Bow, “fino a
cent'anni fa c'erano
solo prati. Oggi c'è una
distesa unica di
centinaia di milioni di
ettari di frumento. Il
frumento matura molto
più tardi e a lungo
dell'erba e dunque
immette nell'aria molta
più umidità. Che in
queste quantità ha
modificato notevolmente
in pochi anni il sistema
delle precipitazioni in
tutta la regione.
Dobbiamo parlare allora
di ingerenza umana
sull'ambiente ?”
Una
natura inefficiente
Bartolelli invece punta
l'attenzione su un altro
aspetto: “La natura non
si esprime al massimo
delle sue potenzialità.
Ogni volta che piove o
nevica le nubi scaricano
appena un quinto
dell'acqua o del vapore
che le compone. L' uomo
con il suo intervento
non fa altro che rendere
il sistema climatico più
efficiente”. E su tutti
i discorsi di maggiore o
minore legittimità di
questo tipo di
interventi si impongono
gli ultimi dati
allarmanti del World
Watch Institute. Oggi
muoiono mediamente
20mila persone al giorno
per problemi connessi
alla mancanza di acqua.
E nel 2025 le persone
che vivranno con scarse
risorse idriche saranno
circa tre miliardi. La
verifica parla italiano:
I difensori del clima
artificiale sottolineano
poi che l'azoto usato
per dissolvere la nebbia
è un elemento già
presente nell'atmosfera
e che lo ioduro
d'argento, a cui si
ricorre per provocare la
pioggia, è utilizzato in
minime quantità (in una
missione aerea di 3 ore
se ne utilizzano 600
grammi).
Ma il vero problema è
che da anni è in atto un
forte dibattito sull'
efficacia di questo tipo
di interventi. È infatti
veramente difficile
verificare in che misura
le precipitazioni
“artificiali” siano
realmente dovute
all'azione umana. “Gli
esperti che elaborano le
statistiche”, dice
Bartolelli, “catalogano
le precipitazioni a
seguito
dell'inseminazione
artificiale come “per lo
più frutto del caso”.
Bartolelli invece
sostiene che esiste un
metodo scientifico
efficace di verifica: “I
dati rilevati con i
nostri radar dimostrano
che l'incremento medio
delle precipitazioni è
del 40%”. C'è da dire
che questo metodo di
verifica, non più basato
su modelli statistici,
ma sulla registrazione
in tempo reale degli
interventi sul clima
attraverso l'occhio
impassibile del radar, è
stato sviluppato dalla
stessa Tecnagro e si è
diffuso anche in altri
Paesi. Lo conferma Bruce
Bow: “Al radar l'aumento
della piovosità dovuta
all'azione umana è
inconfutabile”.
La
guerra del clima
Non
sarà un caso che già
dopo la seconda guerra
mondiale gli eserciti
tecnologicamente
avanzati hanno
cominciato a pensare ad
un utilizzo delle
modificazione climatiche
in chiave bellica. Da
quello inglese, che
portò avanti
sperimentazioni nel
Devonshire per
scongiurare un eventuale
attacco della Germania
causando però nel 1952
un nubifragio in cui
morirono 34 persone, a
quello americano,
vent'anni dopo, con
l'obiettivo di
anticipare i monsoni per
limitare l'azione dei
vietkong nella guerra in
Vietnam (furono ben 2500
le missioni aeree di
questo tipo). Tanto che
le Nazioni Unite nel
1970 hanno pensato bene
di vietare qualsiasi
tipo di azione bellica
climatologica. Il che
non significa che gli
eserciti abbiano rivolto
l'attenzione altrove. Il
Ministero della Difesa
americano nel 1996 ha
lanciato un programma di
sperimentazioni con
l'obiettivo di
“possedere il clima
entro il 2025”. Le voci
del programma sono
quelle di distruzione
della logistica nemica
attraverso acquazzoni e
alluvioni, riduzione
delle riserve di acqua e
impoverimento dei
terreni, diffusione
della nebbia per
disturbare i sistemi di
comunicazione. In questo
scenario da fantascienza
non c' è dunque da
stupirsi nel sentire i
futuribili progetti che
circolano intorno alle
nuove “fabbriche del
clima”: alcuni
scienziati del
Massachusetts Institute
of Technology (MIT)
stanno pensando di
coprire il tratto di
oceano vicino alla costa
che va da Boston a New
York con una pellicola
sottilissima e oleosa
per evitare
l'evaporazione e quindi
il continuo abbassamento
delle acque. Il
ricercatore texano Ben
Eastlund, invece, vuole
piazzare nello spazio
giganteschi
trasmettitori di
microonde che riscaldino
eventuali tornado in
formazione. In maniera
da smorzarli sul
nascere. Un sistema
pericoloso se arrivasse
a colpire centri urbani.
Ma per Eastlund il
rischio va affrontato
“se il risultato è il
dominio del clima”.
Notare questa data:
Il Ministero della
Difesa americano nel
1996 ha lanciato un
programma di
sperimentazioni con
l'obiettivo di
“possedere il clima
entro il 2025”. 1996: la
data delle prime
segnalazioni di scie
chimiche in Canada.
Data articolo: giugno
2007
Claudio Grillenzoni -
Rielaborazione e
correzioni sintattiche
by Straker
Fonte: Newton - Corriere
della Sera
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