——————————————————————————–
Ozono 2006
redazione ECplanet

40 milioni di tonnellate. Questa è la quantità di Ozono che è andata perduta quest’anno.

La misurazione, che è stata effettuata dal satellite Envisat dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea), ha rivelato che il 2006 è stato l’anno record per la perdita di Ozono, battendo il primato negativo del 2000, in cui la perdita era stata di 39 milioni di tonnellate.

L’entità della perdita di ozono è stata ricavata misurando l’area e la profondità del buco dell’ozono: il 2 Ottobre gli scienziati dell’ESA hanno rilevato che il buco di quest’anno ha un’area di 28 milioni di Km2, circa la stessa che aveva nel 2000, mentre la profondità, che raggiunge i livelli record del 1998, è di circa 100 unità Dobson (unità di misura che indica lo spessore dello strato di ozono di una colonna sottostante la misurazione).

Il primato del 2006 è dovuto alla concomitanza dei valori record sia per la profondità sia per l’ampiezza. Il fattore che è stato determinante nella perdita di ozono di quest’anno è la temperatura molto bassa che si è registrata sopra l’Antartide (dove si forma il buco), che ha raggiunto i livelli più bassi dal 1979; gli esperti di ingegneria atmosferica dell’ESA sostengono infatti che il freddo record, in combinazione con la presenza degli inquinanti, ha reso la perdita di quest’anno particolarmente significativa.

Envisat è il più grande satellite per l’osservazione terrestre mai costruito: può localizzare la riduzione di ozono e seguirne l’evoluzione, consente il calcolo della radiazione UV e l’elaborazione di previsioni. I tre strumenti che si trovano a bordo di Envisat sono: lo Sciamachy (Scanning Imaging Absorption Spectrometer for Atmospheric Cartography), il sensore Gomos (Global ozone monitoring by occultation of stars) e il Mipas (Michelson interferometer for passive atmospher

ozone_envisat

L’ESA, nell’ambito del monitoraggio per la sicurezza ambientale, ha inoltre un progetto detto Temis che consente di monitorare sia l’ozono sia la radiazione ultravioletta grazie ai dati raccolti da Sciamachy and Gome-1. Nel 2006 verrà lanciato anche il primo di una serie di tre satelliti MetOp che, per assistere i ricercatori che si occupano del clima, monitoreranno i livelli di ozono e altri parametri atmosferici. Il satellite MetOp, il primo satellite polare europeo in una missione dedicata alla meteorologia, sarà dotato di uno strumento detto Gome-2 che consentirà il monitoraggio continuo dell’ozono per i prossimi decenni.

Il monitoraggio in continuo e a lungo termine dei livelli di ozono è fondamentale per seguire l’evolversi della situazione, in particolare dovrebbe essere visibile il recupero dello strato di ozono che è previsto per il 2060 circa (ma ci sarà ancora qualche anima viva in circolazione ?, ndr). Per il momento, come rilevato dai dati raccolti quest’anno, si stà andando nella direzione opposta. Oltre all’ESA, anche la NASA ha rilevato, lo scorso 25 settembre, che il buco dell’ozono raggiungeva 29,5 milioni di Km2 in ampiezza, stimando un deficit di ozono di circa 39,8 milioni di tonnellate. Il risultato è allarmante non solo per la perdita in quanto tale, ma anche per il fatto che si verifichi nonostante l’impegno profuso (più a parole che nei fatti, ndr) per l’eliminazione dei gas CFCs.

Sembra però che il quadro sia più complicato e che sul fenomeno del buco dell’ozono entrino in gioco anche altri fattori, in particolare sembra vi sia una responsabilità dell’aumento dell’effetto serra. I possibili legami fra riduzione dell’ozono e cambiamenti climatici sono dovuti al fatto che le crescenti concentrazioni dei gas serra, responsabili del surriscaldamento del pianeta, portano ad una temperatura più elevata sulla superficie terrestre ma anche a un raffreddamento della stratosfera; questo determina l’aumento delle nubi polari scatenando le reazioni che distruggono l’ozono.

Fonte: Arpat / novembre 2006

————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————-

Buco dell’ozono da record
redazione ECplanet

Secondo la World Meteorological Organisation, il buco dell’ozono sopra l’Antartico sta raggiungendo una misura record, come nel 2000 e nel 2003. “Il buco dello strato protettivo di gas nella parte superiore dell’atmosfera terrestre, causato da uno specifico tipo di inquinamento, è cresciuto più velocemente di quanto ci aspettassimo per via delle condizioni climatiche”, ha detto Geir Braathen, l’esperto di WMO.

Un grafico fornito da WMO indica che il buco, centrato proprio sopra il Polo Sud, è attualmente di circa 27 milioni di chilometri quadrati (ma probabilmente si espanderà ancora). Nel 2003 aveva raggiunto una dimensione di 28 milioni di chilometri quadrati. L’ozono, una molecola di ossigeno, è importante perché filtra i pericolosi raggi ultravioletti provenienti dal Sole che danneggiano la vegetazione e possono causare cancri alla pelle e cataratte.

ozone_southpole_2000_simple

Lo strato di ozono è stato seriamente danneggiato da sostanze chimiche artificiali, prodotte dall’uomo, specialmente i clorofluorocarburi (CFCs) che includono gas aerosol e refrigeranti il cui uso è sottoposto a restrizioni secondo quanto stabilito dal Protocollo di Montreal firmato il 16 settembre del 1987.

Le reazioni chimiche che assottigliano lo strato di ozono raggiungono il massimo con le temperature più fredde durante l’inverno dell’emisfero sud, normalmente da agosto a ottobre.

Fonte: Agence France-Presse – Space Daily / settembre 2006

————————————————————————————————————————————————————————————————–
Si allarga il buco dell’ozono
a cura della Redazione GT

Gli scienziati lanciano un nuovo allarme.

Poco più di un anno fa si pensava che il pericolo rappresentato dal buco dell’ozono fosse ormai superato. Le cose non stanno affatto così le sue dimensioni, spiegano i ricercatori, sono aumentate. Sull’Antartide – ha detto l’esperto Jonathan Shanklin del British Antarctic Survey – ha raggiunto proporzioni da record per questo periodo dell’anno e potrebbe diventare ancora più grande nei prossimi giorni”.

Attualmente misura 28 milioni di chilometri quadrati, poco meno del record assoluto di 28,5 milioni raggiunto lo scorso anno. “Durante il mese di agosto ha spiegato ancora Shanklin – è rimasto più largo di quanto sia mai stato e ora attendiamo di vedere cosa accadrà nei prossimi giorni”.

L’allarme è altissimo e gli scienziati sono concentrati sul problema e sulle sue possibili soluzioni. Lo strato di ozono nella stratosfera, infatti, protegge la superficie terrestre e tutti gli esseri viventi, dai raggi ultravioletti estremamente dannosi. Gli effetti? Per prima cosa ci sarà un incremento delle radiazioni UV a livello del suolo. Un eccesso di raggi UV è stato associato a bruciature della pelle, cancro della pelle, cataratte, e danni ad alcuni raccolti e ad organismi marini.

Insomma una vera e propria catastrofe ambientale planetaria. Per interrompere il processo di deterioramento dello strato di ozono si dovrebbero sostituire i clorofluorocarburi (CFC) e le altre “Ozone Depleting Substancies”, ossia quelle sostanza in grado per l’appunto di distruggere l’ozono con altre sostanze compatibili con l’ambiente. In ogni caso, anche se si riuscisse a trovare la soluzione ambientale perfetta, prima che i gas “pericolosi” si disperdano completamente saranno necessari molti anni.

In collaborazione con la redazione GT

——————————————————————————————————————————————————————————————-

Gelo globale in 6–9 anni
redazione ECplanet

Scienziati russi prevedono un raffreddamento globale in 6 – 9 anni

Un raffreddamento globale potrebbe avvenire sulla Terra in 50 anni e avere delle conseguenze serie prima di essere sostituito da un periodo di riscaldamento agli inizi del 22esimo secolo. Questo è quanto dice un rapporto dell’Accademia Russa delle Scienze Astronomiche, divulgato recentemente dall’agenzia stampa RIA Novisti.

Ambientalisti e scienziati allarmano, non sul pericolo di un riscaldamento globale causato dagli effetti negativi delle attività dell’uomo, sul clima del pianeta, ma per un raffreddamento. Anche se non largamente supportata dal mondo scientifico in generale, è una teoria che ritiene che un raffreddamento della Terra potrebbe portare ad una glaciazione.

“sulla base della nostra ricerca sulla emissione solare, abbiamo sviluppato uno scenario di raffreddamento globale del clima della Terra entro la metà di questo secolo e l’inizio di un ciclo regolare di 200anni del riscaldamento globale del clima all’inizio del 22esimo secolo”, dice il capo del settore di ricerca spaziale.

Khabibullo Adbusamatov dice che lui e i suoi colleghi hanno concluso che un periodo di raffreddamento globale simile a quello visto nel tardo 17esimo secolo, quando i canali gelarono in Olanda e la gente ha dovuto lasciare il Greenland. Questo scenario – secondo il nuovo studio – potrebbe iniziare nel 2012 – 2015 e raggiungere un apice nel 2055-2060.

Egli sostiene inoltre di credere che il cambiamento del clima futuro potrà avere delle serie conseguenze e che le autorità dovrebbero iniziare a prepararsi già da oggi, in quanto il raffreddamento climatico è connesso con il cambiamento delle temperature, particolarmente nei paesi nordici.

“le iniziative di Kyoto, per salvare il pianeta dall’effetto serra, dovrebbero essere messe da parte a tempo indeterminato” – spiega Khabibullo Adbusamatov – “le temperature globali massime sono state raggiunte sulla Terra e questo causerà inevitabilmente un conseguente calo delle temperature globali ad un minimo climatico anche senza il protocollo di Kyoto, conclude Adbusamatov.

traduzione a cura di: Bruno Chastonay
Fonte: www.mosnews.com / settembre 2006

——————————————————————————————————————————————————————————————-

2007, anno molto caldo
a cura del CNR

2007, ‘medaglia di bronzo’ per l’anno più caldo

La banca dati dell’Isac-Cnr ha inserito l’anno ormai al termine al terzo posto per le temperature più alte degli ultimi 208 anni. Il record rimane al 2003. Ma il 2007 segna il primato assoluto nel Nord Italia

Con il mese di novembre si chiude, dal punto di vista meteorologico, il 2007, che per l’Italia si posiziona al terzo posto nella classifica degli anni più caldi degli ultimi due secoli. Il più caldo in assoluto – conferma l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr) – resta pertanto il ‘memorabile’ 2003, che ha fatto segnare un’anomalia di 1.6 gradi sopra la media del periodo di riferimento convenzionale (1961-1990), seguito dal 2001 con 1.5 gradi, mentre il 2007 ha nel complesso fatto segnare uno scostamento di +1.4°C rispetto alla media del 1961-1990. Ricordiamo che l’anno più freddo dal 1800 ad oggi resta il 1816 (-2.3°C).

Ad avere ‘alzato’ fino alla ‘medaglia di bronzo’ del riscaldamento il 2007 sono state le medie dell’inverno 2006-2007 (il trimestre da dicembre a febbraio), che con un’anomalia positiva di +3,1 °C si è classificato al primo posto nel periodo coperto dalla banca dati Isac-Cnr, e della primavera (da marzo a maggio), anch’essa la più calda degli ultimi due secoli, con +2.3°C. “In effetti questo è stato un anno molto caldo, soprattutto perché è cominciato con due stagioni caratterizzate dalle temperature medie maggiori in assoluto degli ultimi due secoli, mentre è proseguito con un’estate calda, ma non da record: la nona dal 1800 ad oggi”, dichiara Teresa Nanni dell’Isac-Cnr dopo l’aggiornamento a tutto novembre della banca dati dell’Istituto, che ora copre un periodo di 208 anni. Il 2007 si è poi concluso con una stagione autunnale (che meteorologicamente va da settembre a novembre) abbastanza fredda, di 0.4 gradi sotto la media del periodo di riferimento 1961-1990, che ha determinato il risultato finale del terzo posto nella graduatoria.

Negli ultimi 208 anni monitorati dall’Isac-Cnr, l’autunno 2007 si colloca al 104° posto, mentre il più caldo è quello del 1926, con un’anomalia di +1.9°C, e l’autunno più freddo si è avuto nel 1835, con uno scostamento dalla media di -3.7 °C. “Va segnalato però che, se si considera solamente l’Italia settentrionale, il 2007 raggiunge il primato del 2003: entrambi gli anni presentano un’anomalia di +2°C.

Il record 2007 al Nord è dovuto soprattutto ad un inverno e a una primavera che, nel Settentrione, sono stati ancor più eccezionali che al Sud, con anomalie rispettivamente di +3.4 e +3.5 °C”, evidenzia la ricercatrice. “Nel complesso, questo anno, con piovosità del 16% inferiori alla media del periodo di riferimento, risulta tra i 20 più secchi degli ultimi due secoli, che si collocano quasi tutti prima del 1970 (tranne il 1989, 1981, 2001 ed ora IL 2007)”, conclude Teresa Nanni. “Nel 2007 le precipitazioni, se si eccettua il mese di giugno, sono state sempre piuttosto scarse, in particolare nei mesi di luglio e gennaio, durante i quali sono risultate essere di oltre il 60% inferiori alla media 1961-1990”.

——————————————————————————————————————————————————————————————-

Pericolo acqua alta a New York
redazione ECplanet

Gli eventi atmosferici che fino a pochi anni fa si realizzavano una volta ogni cento anni torneranno ogni vent’anni

NEW YORK (Stati Uniti) – Il surriscaldamento della Terra fa espandere la massa oceanica e regala maggior vigore agli uragani. In futuro, secondo le ipotesi di alcuni scienziati, gli uragani potranno formarsi sempre più a nord, arrivando a toccare New York. La Grande Mela andrà incontro a vere e proprie inondazioni poiché il livello del mare crescerà a ritmo galoppante e ogni 4 anni circa si verificheranno alluvioni apocalittiche.

Unica soluzione è rappresentata dalla ritirata della vita umana dalle zone pianeggianti, poiché qualsiasi soluzione tecnica di controllo della acque è di impossibile realizzazione in una città così affollata e vecchia in termini di infrastrutture. Questo è il verdetto del Goddard Institute for Space Studies (Giss), che ha studiato le correlazioni tra riscaldamento globale ed eventi atmosferici.

C’ERA UNA VOLTA – Un tempo certi fenomeni naturali si verificavano circa ogni 100 anni, ora ogni venti.

Colpa dell’uomo, e madre Natura si ribella. Il panorama delineato dagli esperti del Giss è catastrofico e riguarda anche stati ecologicamente corretti, come la California. Non esiste una muraglia forte abbastanza da respingere l’invasione delle acque e il livello dell’oceano continuerà a salire inesorabilmente. Del resto già prima di Katrina il Dipartimento di protezione ambientale di New York aveva istituito una task force proprio per monitorare gli effetti del cambiamento climatico sull’ambiente nel lungo periodo.

Secondo Klaus Jacob, autore di numerosi scritti sulla vulnerabilità di New York, la Grande Mela è in pericolo, poiché la maggior parte della città è appena a 2,90 metri sopra il livello del mare e dunque sarebbe sufficiente un uragano di terza categoria per causare un’inondazione.

Data articolo: ottobre 2007
Fonte: Hobby Meteo

——————————————————————————————————————————————————————————————-

Cronache da una catastrofe
redazione ECplanet

Viaggio in un pianeta in pericolo: dal cambiamento climatico alla mutazione delle specie

Elizabeth Kolbert, editorialista della rivista The New Yorker, ha passato gli ultimi due anni a rincorrere ciò che rimane del nostro mondo surriscaldato: i tornanti dell’Alaska distrutti dallo scioglimento dei ghiacciai perenni; le rovine dell’antica Babilonia colpita dalla maledizione di Akkad – la grande siccità che adesso sappiamo essere stata provocata dal cambiamento climatico; gli ingegneri civili olandesi che lottano per fronteggiare le acque che minacciano di sommergere il loro paese; la farfalla del Monte Ringlet che sta scomparendo dall’ultimo rifugio sulle colline della Scozia e del Lake District; i ghiacci antartici che mostrano come il pianeta nell’ultimo milione di anni non sia mai stato tanto caldo come oggi.

Costituito da una serie di brevi saggi, alcuni pubblicati sul New Yorker, “Cronache da una catastrofe” segue il filo conduttore delle annotazioni prese da Elizabeth Kolbert durante le sue “escursioni sul campo”; non solo in luoghi dove il riscaldamento climatico sta effettivamente condizionando gli ecosistemi, ma anche nelle strutture – laboratori, uffici, osservatori – nelle quali gli esseri umani stanno cercando di comprendere analiticamente il fenomeno.

Acquista subito il libro:
Cronache da una catastrofe

Autrice: Elizabeth Kolbert

——————————————————————————————————————————————————————————————-

redazione ECplanet

Siccità planetaria? Clima sempre più arido? C’è chi ha una soluzione: sono i modificatori del tempo, che promettono di stimolare le nubi a produrre pioggia, o di sciogliere nebbia e grandine. Ma non tutti sono d’accordo su queste tecniche e temono squilibri ambientali.

Il pianeta è a secco. Le precipitazioni sono calate a livello mondiale tanto che le persone prive di acqua potabile hanno superato il miliardo. In Italia, oltre alla siccità che ha colpito duramente negli ultimi mesi, nevica sempre meno nelle regioni alpine, mentre la nebbia continua a fare danni in aeroporti e autostrade. Ma c’è chi propone, anche in Italia, di intervenire sul clima per modificarlo. Per fare in modo che aumenti la pioggia, che la grandine si sciolga prima di cadere e che la nebbia si dissolva in neve. Una serie di interventi di rilevanza talmente ampia che anche i militari hanno deciso di sfruttare la tecnologia che ne è alla base. Non c’è pioggia senza “nucleo”: Far piovere non è neanche tanto complesso. Se n’era già accorto nel 1946 il ricercatore americano Vincent Schaefer, grazie ad un facile ma geniale esperimento fatto nei laboratori della General Electric di Schenectady, una cittadina nello stato di New York: per far coagulare le goccioline di acqua che compongono le nuvole era bastato aggiungere una manciata di ghiaccio secco. Schaefer infatti, già allievo di Irving Langmuir, premio Nobel per la chimica nel 1932, aveva visto che per far ghiacciare le goccioline di acqua, in maniera che il peso delle particelle superasse la forza delle correnti ascensionali e dunque si trasformasse in precipitazione, non bastava portarle a basse temperature. Anche a -23 gradi infatti, in assenza di agenti esterni, l’acqua può rimanere nella sua fase liquida, così come il vapore rimane tale anche a elevate pressioni. Sono i cosiddetti stati metastabili della materia.

L’elemento chiave perché vapore e acqua nelle nuvole si trasformino in pioggia si chiama nucleo di condensazione: un insieme di particelle, il ghiaccio secco nel caso di Schaefer, che faccia da elemento coagulante per le goccioline sospese nell’atmosfera. Queste particelle nell’ambiente possono avere varie origini: dalla terra e dal mare, sotto forma di polveri erose e sollevate dal vento, dagli incendi di boschi e prati, dalle eruzioni vulcaniche e anche dal materiale particolato derivante dalle attività industriali. L’inseminazione delle nubi: Oggi il reagente più usato per far piovere o, come si dice in gergo, “inseminare” le nuvole, è lo ioduro di argento. Una sostanza facilmente reperibile, dai bassi costi e che, una volta bruciata, libera delle particelle che hanno la stessa struttura a cristallo del ghiaccio. Come si fa a far piovere allora ? Innanzitutto bisogna attendere le condizioni favorevoli in natura: la presenza di importanti formazioni nuvolose con molte gocce di acqua o vapore in stato metastabile (la cosiddetta acqua sopraffusa e il vapore soprassaturo).

Poi si comincia a far circolare all’interno della nuvola i fumi della combustione di ioduro d’argento grazie a razzi e diffusori piazzati sotto le ali di piccoli aeroplani. In particolare per fare questo esistono diversi sistemi. C’è quello “israeliano”, dalla nazionalità di coloro che lo brevettarono, che consiste nel disseminare i fumi alla base della nuvola facendo zigzagare l’aereo a un’altezza di solito non superiore ai 1500/1700 metri, in maniera che i moti convettivi, ovvero le correnti ascensionali, portino naturalmente lo ioduro d’argento bruciato all’interno delle nubi. Negli Stati Uniti invece è diffuso un metodo più rischioso e costoso, particolarmente adatto contro le formazioni di tornado e uragani, basato sull’utilizzo di sali igroscopici (che attirano l’acqua) come agenti coagulanti. I piloti infatti rilasciano questi sali in cima alla nube, dovendo così penetrare, in caso di forte turbolenze, nell’occhio del ciclone, fino a salire anche a quote di 7/8000 metri. Infine è anche possibile lanciare razzi all’interno della nuvola, ma solo quando le nubi sono compatte e grosse. Per cui l’obiettivo è limitato e facilmente centrabile. Il risultato di queste diverse tipologie di intervento è che lo ioduro di argento o i sali igroscopici fanno aggregare le diverse particelle di vapore e le gocce d’acqua fino a farle ghiacciare. Le gocce così appesantite vincono la forza dei moti convettivi e cadono verso il basso, fino a sciogliersi durante la caduta e trasformarsi in pioggia. Anche l’Italia è pronta: Attualmente sono una trentina gli Stati che ufficialmente stanno sperimentando o già attuando interventi per modificare il clima.

Nel Midwest americano i piloti della Weather Modification Inc. sono vigili 24 ore su 24 in attesa di sfidare qualche ciclone o uragano; i principali aeroporti russi utilizzano ormai sistematicamente una tecnica antinebbia a base di azoto; in Cina si combatte la siccità sparando da terra razzi a contenuto chimico contro le nubi; in Tailandia per difendersi dai monsoni è stato creato un Bureau of Royal Rainmaking. Anche in Italia una società è pronta a far piovere a comando, ma attende il sì delle autorità. Nebbia e grandine dissolte: La stessa tecnologia utilizzata per fabbricare la pioggia può essere utilizzata per tentare di ridurre i danni di alluvioni e grandinate. Usando ricevitori satellitari e radar meteorologici, i tecnici delle società che “fabbricano il clima” individuano il formarsi o l’avvicinarsi di queste forti perturbazioni, per poi, con il sistema dell’inseminazione, fare scaricare in mare oppure in maniera anticipata, e dunque diluita, una parte del carico delle nuvole. Interventi questi non risolutivi, ma che possono limitare i danni. In quasi tutti gli aeroporti russi, poi, la nebbia viene sistematicamente sconfitta per via tecnologica. Ovviamente su tratti limitati, ma sufficienti per garantire la visibilità necessaria ad un pilota durante decolli ed atterraggi o a un automobilista per viaggiare in autostrada. Il reagente utilizzato in questo tipo di interventi, nel caso delle nebbie fredde (quelle che si formano ad una temperatura al di sotto degli 0 gradi), è l’azoto liquido. La tecnica, inventata dai russi, è basata sul principio per cui disperdendo l’azoto all’interno dei banchi di nebbia si creano delle zone con temperature basse. Queste danno origine a piccole formazioni di ghiaccio che a loro volta coagulano a sé sempre più particelle di vapore fino a diventare troppo pesanti e cadere al suolo come neve. Il sistema è già stato attuato con successo ma solo in sei Paesi del mondo, tra cui l’ Italia.

La Tecnagro, l’associazione italiana no profit che si batte per la applicazione dell’inseminazione meterologica, l’ha infatti sperimentato tra il ’97 ed il ’99 disponendo intorno alla pista dell’Aeroporto Civile di Parma dei grossi diffusori di azoto. “Purtroppo”, dice Massimo Bartolelli, presidente dell’associazione, “malgrado l’efficacia dell’intervento, le società che gestiscono le autostrade e gli aeroporti italiani si sono rivelate “non interessate” alla cosa”. In fase ancora non operativa invece è la possibilità di sconfiggere le nebbie che si formano a temperature superiori allo zero. Lo strumento migliore finora sperimentato, sia per efficacia dell’azione sia per il basso costo di utilizzo, è il calore elettrico. Disponendo pannelli elettrici intorno all’area interessata infatti, il caldo dissolve la nebbia. Esperimenti in questo senso sono stati fatti in Russia, ma ci vorrà ancora qualche anno prima di pensare ad un reale impiego di questa tecnologia.

I cannoni della neve

Ben diffusa invece è la tecnologia alla base dei “cannoni” che soprattutto questo inverno hanno innevato le piste alpine di sci. La neve artificiale viene prodotta grazie a potenti compressori di aria e di acqua che, agendo in maniera combinata, producono goccioline di acqua finemente vaporizzata. Queste poi vengono sparate all’esterno dalle ventole di innevaggio ed a contatto con l’aria fredda si ghiacciano. Per questo motivo è necessario che la temperatura ambiente sia non inferiore ai 3 gradi sotto zero e l’umidità al di sotto dell’80%. Il risultato è una neve artificiale che ha una struttura cristallina diversa rispetto alla neve naturale, più compatta e densa (fino a 4 volte rispetto alla neve fresca) e che necessita dunque tempi molto più lunghi per sciogliersi, nell’ordine anche di alcune settimane.

Il dibattito ambientale

Sembra tutto molto semplice, a detta dei “fabbricanti del tempo”. In realtà, tanti sono i dubbi sull’efficacia di questi progetti, così come le proteste di coloro che temono squilibri ambientali. Se si fa piovere in Friuli cosa succede nei cieli del Veneto? E se tutti si mettessero a sparare razzi chimici contro le nubi non ne potrebbero derivare danni per l’ambiente e per l’uomo? Per non parlare di coloro che osteggiano anche i collaudati sistemi di innevamento artificiale perché sono convinti che danneggino la flora. Il colonnello Mario Giuliacci, responsabile del Centro Epson Meteo, crede nell’efficacia in sé delle modificazioni artificiali del tempo, “ma l’importante”, avvisa, “è che queste non provochino benefici a costi troppo alti. Il gas propano e i ventilatori sperimentati per sciogliere la nebbia fino a un paio di anni fa raggiungevano l’obiettivo, ma inquinavano l’aria”.

E soprattutto, continua Giuliacci “è lecito che l’uomo intervenga sul tempo, ma non sul clima. Va bene l’azione umana su una zona ristretta per smorzare una perturbazione o per rendere visibile una pista di atterraggio, ma non accetto gli interventi che destabilizzano la situazione meteorologica di una intera regione”. Gli esperti del clima “a richiesta” però minimizzano. Per Bruce Bow, capo meteorologo della Weather Modification Inc., “in natura i cicli idrologici sono talmente vasti e complessi che l’ azione umana non può neanche pensare di destabilizzarli nel loro complesso”. E, aggiunge, la stessa civilizzazione umana contribuisce a modificare il clima già per il fatto che esiste. “Nella Regione delle Praterie in Canada”, continua Bow, “fino a cent’anni fa c’erano solo prati. Oggi c’è una distesa unica di centinaia di milioni di ettari di frumento. Il frumento matura molto più tardi e a lungo dell’erba e dunque immette nell’aria molta più umidità. Che in queste quantità ha modificato notevolmente in pochi anni il sistema delle precipitazioni in tutta la regione. Dobbiamo parlare allora di ingerenza umana sull’ambiente ?”

Una natura inefficiente

Bartolelli invece punta l’attenzione su un altro aspetto: “La natura non si esprime al massimo delle sue potenzialità. Ogni volta che piove o nevica le nubi scaricano appena un quinto dell’acqua o del vapore che le compone. L’ uomo con il suo intervento non fa altro che rendere il sistema climatico più efficiente”. E su tutti i discorsi di maggiore o minore legittimità di questo tipo di interventi si impongono gli ultimi dati allarmanti del World Watch Institute. Oggi muoiono mediamente 20mila persone al giorno per problemi connessi alla mancanza di acqua. E nel 2025 le persone che vivranno con scarse risorse idriche saranno circa tre miliardi. La verifica parla italiano: I difensori del clima artificiale sottolineano poi che l’azoto usato per dissolvere la nebbia è un elemento già presente nell’atmosfera e che lo ioduro d’argento, a cui si ricorre per provocare la pioggia, è utilizzato in minime quantità (in una missione aerea di 3 ore se ne utilizzano 600 grammi).

Ma il vero problema è che da anni è in atto un forte dibattito sull’ efficacia di questo tipo di interventi. È infatti veramente difficile verificare in che misura le precipitazioni “artificiali” siano realmente dovute all’azione umana. “Gli esperti che elaborano le statistiche”, dice Bartolelli, “catalogano le precipitazioni a seguito dell’inseminazione artificiale come “per lo più frutto del caso”. Bartolelli invece sostiene che esiste un metodo scientifico efficace di verifica: “I dati rilevati con i nostri radar dimostrano che l’incremento medio delle precipitazioni è del 40%”. C’è da dire che questo metodo di verifica, non più basato su modelli statistici, ma sulla registrazione in tempo reale degli interventi sul clima attraverso l’occhio impassibile del radar, è stato sviluppato dalla stessa Tecnagro e si è diffuso anche in altri Paesi. Lo conferma Bruce Bow: “Al radar l’aumento della piovosità dovuta all’azione umana è inconfutabile”.

La guerra del clima

Non sarà un caso che già dopo la seconda guerra mondiale gli eserciti tecnologicamente avanzati hanno cominciato a pensare ad un utilizzo delle modificazione climatiche in chiave bellica. Da quello inglese, che portò avanti sperimentazioni nel Devonshire per scongiurare un eventuale attacco della Germania causando però nel 1952 un nubifragio in cui morirono 34 persone, a quello americano, vent’anni dopo, con l’obiettivo di anticipare i monsoni per limitare l’azione dei vietkong nella guerra in Vietnam (furono ben 2500 le missioni aeree di questo tipo). Tanto che le Nazioni Unite nel 1970 hanno pensato bene di vietare qualsiasi tipo di azione bellica climatologica. Il che non significa che gli eserciti abbiano rivolto l’attenzione altrove. Il Ministero della Difesa americano nel 1996 ha lanciato un programma di sperimentazioni con l’obiettivo di “possedere il clima entro il 2025”. Le voci del programma sono quelle di distruzione della logistica nemica attraverso acquazzoni e alluvioni, riduzione delle riserve di acqua e impoverimento dei terreni, diffusione della nebbia per disturbare i sistemi di comunicazione. In questo scenario da fantascienza non c’ è dunque da stupirsi nel sentire i futuribili progetti che circolano intorno alle nuove “fabbriche del clima”: alcuni scienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT) stanno pensando di coprire il tratto di oceano vicino alla costa che va da Boston a New York con una pellicola sottilissima e oleosa per evitare l’evaporazione e quindi il continuo abbassamento delle acque. Il ricercatore texano Ben Eastlund, invece, vuole piazzare nello spazio giganteschi trasmettitori di microonde che riscaldino eventuali tornado in formazione. In maniera da smorzarli sul nascere. Un sistema pericoloso se arrivasse a colpire centri urbani. Ma per Eastlund il rischio va affrontato “se il risultato è il dominio del clima”.

Notare questa data:

Il Ministero della Difesa americano nel 1996 ha lanciato un programma di sperimentazioni con l’obiettivo di “possedere il clima entro il 2025”. 1996: la data delle prime segnalazioni di scie chimiche in Canada.

Data articolo: giugno 2007
Claudio Grillenzoni – Rielaborazione e correzioni sintattiche by Straker
Fonte: Newton – Corriere della Sera

——————————————————————————————————————————————————————————————